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IA/Recon di Jesse James Garrett

Versione originale del presente documento di Jesse James Garrett
IA/Recon
29 Gen - 5 Mar 2002

Altre risorse di AI: http://www.jjg.net/ia/

Traduzione di Barbara Wiel Marin
20 Nov 2011

Traduzione in formato .DOC: IA/Recon

1. La disciplina e il ruolo
2. Il coraggio di cambiare
3. Miti da sfatare
4. E poi accade un miracolo
5. L’Architetto di domani
6. Segreti e messaggi


Parte 1 di 6: La disciplina e il ruolo

C’è una disciplina, conosciuta come architettura dell’informazione; e c’è un ruolo, quello dell’Architetto dell’Informazione. Si sono sviluppati grosso modo parallelamente e, fino a ora, qualsivoglia discussione riguardante uno dei due ha inevitabilmente chiamato in causa l’altro. Ma oggi siamo forse a un punto di svolta.

Non c’è mai un momento buono per una crisi economica, ma, per la community dell’architettura dell’informazione, il recente cambiamento è stato particolarmente penalizzante. Proprio quando stavamo facendo dei passi avanti nella valutazione del nostro contributo al processo di "web design”, le pressioni economiche ci hanno forzato a evangelizzarci ancora di più, poiché ci troviamo ad affrontare lo scetticismo all’ennesima potenza di quei cienti sotto pressione per le circostanze economiche e stanchi da cinque anni di continuo bla bla bla.

All’apice della New Economy, alcuni tra noi sono addirittura riusciti a sostenere l’idea che il nostro lavoro fosse riconosciuto dalla business community come fondamentale al successo di qualunque impresa, così che la responsabilità di queste fosse ai livelli alti dell’azienda (il tanto favoleggiato e illusorio "CXO”). Ora, con l’inizio della crisi, sia la disciplina che il ruolo sembrano destinati a scomparire.

La nostra reazione è stata quella di serrare i ranghi e di tentare di mettere a punto una formula di vendita e un business razionali per il nostro lavoro. La verità è che non siamo sicuri di ciò che vendiamo. Vendiamo l’idea di un’architettura dell’informazione o quella di un architetto dell’informazione? Al di là della confusione, ci siamo impelagati nelle definizioni di disciplina e ruolo.

Una scuola di pensiero tenta di definire la disciplina sulla base del ruolo. L’idea di fondo sembra essere: "sono un architetto dell’informazione, quindi ciò che faccio è architettura dell’informazione”.

Le definizioni date sulla base del ruolo sono di natura troppo generica. Poiché le responsabilità legate al ruolo variano molto da organizzazione a organizzazione, la definizione del ruolo (e quindi della disciplina) è sempre più estesa. Tale formulazione porta alla cosiddetta "big IA” – una definizione che abbraccia un ampio range di responsabilità, tra queste anche quelle della strategia d’impresa, dell’information design, della ricerca utente, dell’interaction design… la lista sembra essere infinita.

L’approccio opposto definisce il ruolo sulla base della disciplina. Indipendentemente dal settore dell’architettura dell’informazione, un architetto dell’informazione è la persona che vi si specializza.

Tali definizioni tendono a essere limitate. Per potere parlare in modo significativo dei problemi di architettura dell’informazione e delle relative soluzioni, dobbiamo definire la portata di tali problemi nel modo più concreto possibile.

Il risultato di tutto ciò è una "piccola AI” – strettamente focalizzata sull’organizzazione dei contenuti e sulla struttura degli spazi informativi. Ma quando una tale definizione (della disciplina) è applicata al ruolo, crea in alcuni il timore di essere "incastrati”, intrappolati in un ruolo definito in modo troppo limitato che molti degli elementi necessari per il successo di un’architettura sono fuori dal controllo o dall’influenza dell’architetto.

Il crescere d’importanza del ruolo dell’architetto dell’informazione gioverà al singolo che lo è (forse però neanche tanto se consideriamo la crisi), sicuramente è a danno della disciplina considerata nel suo insieme. Adducendo la natura olistica di un lavoro di architettura dell’informazione, alcuni certamente non saranno soddisfatti fino a quando avranno il controllo diretto su ogni aspetto del progetto anche solo in parte inerente all’architettura. Tale modo di pensare pecca del peggior tipo di arroganza e mina qualsivoglia tentativo di dare credibilità alla disciplina. Più potere tentate di avere, più faticherete a convincere gli altri a darvelo.

È ormai difficile, per molti, prendere parte a questa discussione in modo imparziale. Qualunque discorso inerente alla definizione del ruolo finisce per minacciare il senso d’identità di qualcuno - se il ruolo è definito in modo diverso rispetto a quanto faccio io, significa forse che io non sono un architetto dell’informazione? O peggio, che aspiro a esserlo?

Di fatto, ci perdiamo in tanti bei discorsi, dove la definizione della disciplina di uno è in contrasto con la definizione del ruolo di qualcun altro, e viceversa. Non arriviamo a niente né con l’una né con l’altra definizione.

Qualunque definizione sufficientemente generica da comprendere il ruolo è troppo ampia per promuovere un dibattito costruttivo sulla disciplina; qualunque definizione sufficientemente limitata della disciplina lo è a sua volta del ruolo. Sembriamo essere in un’impasse. Basare ciascuna definizione sull’altra significa che una non è sufficiente. Definire disciplina e ruolo contemporaneamente non funziona, produce la classica storia dell’uovo e della gallina.

Si tratta di scollegare del tutto la definizione della disciplina da quella del ruolo. Contrariamente a quanto potrebbe sembrare, ciò è ragionevole e non senza precedenti in altri settori. Il direttore d’orchestra, per esempio, ha tutta una serie di responsabilità di tipo creativo e manageriale: il "dirigere”, per quanto parte del suo lavoro, non comprende tutti i suoi doveri.

Siamo di fronte a una straordinaria serie di sfide creative, tuttavia giriamo in tondo per mesi nel tentativo di definire la terminologia di base. Definire la disciplina in modo generico non aiuta a cogliere queste sfide. Optare per una definizione limitata della disciplina ci permette di descrivere con precisione una serie particolare di problemi. E una disciplina ha bisogno di una tale precisione di espressione per progredire.

Il ruolo, nel frattempo, avrà cura di se stesso. Le organizzazioni continueranno a fare quanto hanno sempre fatto, a definire i ruoli secondo le necessità e ad allocare le risorse dove sanno di potere massimizzare i risultati.

C’è un’altra ragione più eminentemente pratica per separare il dibattito relativo alla disciplina da quello inerente al ruolo. Ovvero, per preservare l’idea della disciplina dell’architettura dell’informazione dobbiamo abbandonare l’idea del ruolo dell’architetto dell’informazione.

Parte 2 di 6: Il coraggio di cambiare

L’architettura dell’informazione abbraccia un’ampia serie di problematiche. Senza considerare il contesto specifico o gli obiettivi di un dato progetto di architettura dell’informazione, la nostra preoccupazione è sempre quella di creare strutture che facilitino una comunicazione effettiva. Questo concetto è il cuore della nostra disciplina.

Il mio background è quello del cosiddetto "content development”, un settore conosciuto al resto del mondo come "scrittura ed editing”. Per una qualche ragione, siamo in pochi a essere passati da questa realtà a quella dell’AI e spesso mi ritrovo a dovere spiegare la connessione tra le due.

Ripercorrendo la storia umana le persone più interessate a una comunicazione effettiva sono state quelle che hanno avuto a che fare con la lingua. Anticipando l’ipertesto e il testo non formattato, la lingua è il kit degli attrezzi originale per "architettare l’informazione”-

Quando la maggior parte delle persone pensano al lavoro del redattore, ebbene ritengo si immaginino qualcuno chinato su una scrivania con la penna rossa in mano, che interviene su un testo senza fine, che pulisce infiniti separati e participi assoluti etc. Ma il compito del redattore e la disciplina editoriale sono due cose molto diverse. Se certamente ci sono delle persone che si specializzano in questo lavoro, è vero anche che non si tratta solo di questo.

Nel senso più ampio del termine, la funzione del redattore è quella di aiutare gli scrittori a rendere più efficaci i loro scritti. Ciò concerne la grammatica e la punteggiatura, così come la scelta delle parole più appropriate, ma gran parte del lavoro di un redattore ha a che fare con la creazione di strutture valide. Un redattore può essere responsabile delle strutture linguistiche a vari livelli, dall’enciclopedia al libro di testo, all’articolo, al paragrafo, alla frase.

L’architetto dell’informazione, al pari del redattore, si occupa principalmente di creare strutture informative. La disciplina dell’architettura dell’informazione considera però questa responsabilità in modo del tutto diverso. Nel mondo dell’architettura dell’informazione le sfide strutturali sono considerate varianti dello stesso problema, il problema dell’information retrieval.

La disciplina editoriale si contende i problemi con l’information retrieval. Molte pubblicazioni sono strutturate per facilitare l’information retrieval: elenchi telefonici, dizionari, atlanti. Questi, tuttavia, costituiscono solo una minima parte del volume incalcolabile di materiale pubblicato ogni anno.

Queste stesse pubblicazioni (quelle che non sono dizionari o atlanti) hanno una struttura. Ma tali strutture possono non riflettere gli schemi di classificazione ordinati che uno si aspetterebbe di trovare in un lavoro di riferimento. Scrittori e redattori usano le strutture per raggiungere una serie di scopi. Alcune strutture sono finalizzate all’insegnamento, altre all’informazione e altre ancora alla persuasione.

Credo che l’architettura dell’informazione possa indirizzare le proprie energie anche a queste problematiche e che un tale potenziale sia latente nella disciplina così come è praticata oggi. Credo che il settore dell’architettura dell’informazione possa andare oltre la sfera dell’information retrieval. Ma l’approccio attuale non sarà sufficiente per portare l’architettura dell’informazione al suo massimo potenziale.

Se chiedeste a un redattore di una rivista o di un quotidiano se la struttura del suo prodotto è stata testata da dei lettori prima della pubblicazione, riderebbe di voi. Lo sviluppo di una struttura efficace, per un redattore, è tutta una questione di esercitare il proprio giudizio professionale - giudizio affinato con anni di pratica ed errori, così come di esperienza duramente maturata con le proprie forze.

Per il redattore, la prova della sua bravura nella materia è data dalla sua abilità nell’esprimere tale giudizio. Per il redattore, tale giudizio è la vera ragione che giustifica il suo ruolo. Per il redattore sarebbe semplicemente assurda l’idea di abbandonare quel suo giudizio professionale e rivedere il suo ruolo come via per trasformare in strutture i risultati di una ricerca.

E sapete cosa? Ha ragione.

Parte 3 di 6: Miti da sfatare

Nella mente di molti al di fuori del nostro ambito, l’”architettura dell’informazione” è già diventata sinonimo di "usabilità”. È facile capire perché i professionisti di una disciplina recente quanto la nostra possano volersi schierare sulle posizioni di una già avviata, che ha fatto dei progressi per affermare la propria credibilità. Ma nel fondere insieme l’architettura dell’informazione e la ricerca rischiamo di contaminare il nostro processo a danno della credibilità cui aspiriamo.

La moda corrente, quando si pensa all’architettura dell’informazione, è di considerare come unica architettura valida quella costruita su una user research nella fase di "discovery” del progetto, validata con un conseguente giro di user testing. Ma la combinazione di architettura e di ricerca - e la conclusione che una non può esistere senza l’altra - è una eccessiva oltre che ingannevole semplificazione.

Nella migliore delle ipotesi, inganniamo semplicemente i nostri clienti. Nella peggiore delle ipotesi, inganniamo anche noi stessi.

Basare sulla ricerca le nostre decisioni relative all’architettura non fa che "blindarle”. È ben più semplice difendere la scienza che non un’opinione, anche quando questa opinione è dettata dall’esperienza e dal giudizio professionale. Ma nel nostro caso non si tratta di scienza, ma di pseudo-scienza. Le nostre opinioni non diventano certo scientifiche con lo sfoggio della ricerca, così come noi non diventiamo degli scienziati indossando un camice bianco.

L’architettura trae beneficio dalla ricerca perlopiù quando cerca di definire il problema da risolvere. L’architettura trae meno beneficio dalla ricerca - e i risultati possono essere negativi - quando tenta di definire la soluzione stessa.

Non è sempre semplice dire se una ricerca definisca il problema o una soluzione. Durante il processo di ricerca, tentativi benintenzionati di articolare il problema possono trasformarsi in suggerimenti per delle soluzioni - specie quando la persona che conduce la ricerca è la stessa a dover trovare la soluzione.

La struttura di una ricerca può essa stessa implicare una certa soluzione. Allo stesso modo, il processo di analisi dei dati di una ricerca - finalizzato a produrre dei risultati - può essere all’origine di errori e ipotesi che portano a una soluzione data. E dal momento che questi studi sono condotti senza essere revisionati da colleghi, non emergono mai gli errori di metodologia e i risultati incompleti.

Anche peggio di una ricerca che implicitamente suggerisce una soluzione è lo studio pensato per fornirne una. "Gli utenti hanno suggerito come organizzare le informazioni - implementiamole!”

La ricerca può tornare particolarmente utile nei casi in cui gli obiettivi degli utenti possono essere chiaramente identificati e quantificati. L’informtion retrieval è uno di questi casi, l’e-commerce un altro. Ma la ricerca è dannosa quando rende conto degli obiettivi al di fuori di questi ambiti limitati.

Un’indagine ben studiata non potrà mai sostituire il lavoro di un architetto dell’informazione di talento. L’idea di fondo di un’architettura che si basa sui risultati di una ricerca è che l’utente non avrà sorprese. La ricerca è perfetta per creare delle architetture in cui tutto è prevedibile e familiare. In alcuni casi, come quello dell’information retrieval e dell’e-commerce, è esattamente quello che vogliamo.

Ma in molti casi l’architettura deve conformarsi a un pubblico estraneo all’argomento trattato. E a volte, come quando l’obiettivo dell’architettura è di educare o persuadere gli utenti, l’effetto sorpresa può essere uno degli strumenti più efficaci in possesso dell’architetto. Ma un’architettura basata sui risultati di una ricerca è la garanzia affinché non ci sia un tale effetto sorpresa.

Inoltre, potremmo non scoprire questi nuovi approcci architettonici considerando lo user testing quale strumento di validazione del nostro lavoro.

Quando ero al liceo, ho frequentato un corso apparentemente dedicato alla lingua e al vocabolario. Il primo giorno di lezione ho scoperto che in realtà il corso era finalizzato al superamento del SAT, il test chiave da superare per entrare al college.

Non abbiamo imparato regole generali per migliorare la nostra padronanza della lingua o del vocabolario. Ciò che abbiamo appreso, ed eravamo addestrati ripetutamente, era il meccanismo di funzionamento del test, come fossero formulate le domande e come provare a tirare a indovinare quando non avessimo saputo la risposta. Ma passare il test non significa conoscere la materia.

Si tratta della stessa cosa con l’usabilità. Quando consideriamo il test come determinante del successo o fallimento, ebbene è come se incoraggiassimo la specializzazione nel superamento del test. La legge non scritta dell’usabilità dice che l’approccio migliore è quello più efficiente. Ma ancora, al di fuori dell’ambito limitato in cui è possibile identificare le azioni e riconoscere gli obiettivi dell’utente, l’efficienza non è necessariamente un bene universale. Il test non può far fede di tutti i possibili obiettivi di un’architettura e neppure dei suoi utenti.

Se la nostra disciplina continua a svilupparsi su questa falsariga, ci ritroveremo ad avere sviluppato un insieme di conoscenze di architettura dell’informazione che saranno poco più che un insieme di consigli e trucchetti per superare il test. Nel frattempo, i veri problemi creativi del nostro lavoro rimarranno incompresi così come lo sono oggi.

Parte 4 di 6: E poi accade un miracolo

C’è un particolare tipo di messaggio che si vede abitualmente nelle mailing list dedicate all’architettura dell’informazione. Dice qualcosa del tipo:

"Ho bisogno di aiuto. Ho promesso una soluzione che avrebbe messo d’accordo tutti gli iscritti a questa lista. Ma qualcun altro all’interno della mia azienda opterebbe per un’altra soluzione, che gli iscritti alla lista definirebbero semplicemente ingestibile. Qualcuno di voi sa di una ricerca che attesti che ho ragione io?”

In questo caso il vero problema è dato dalla mancanza di dati - si tratta di una mancanza di credibilità. L’umiliazione dell’architetto dell’informazione è continua. Dapprima siamo tenuti a spiegare quello che facciamo. Quindi dobbiamo spiegare l’importanza di quello che facciamo. Poi, una volta che questo punto è stato capito, i nostri clienti decidono di poterlo fare per conto loro. Del resto, le decisioni di importanza strategica devono essere prese dai dirigenti, giusto?

Nel nostro tentativo di sopperire alla mancanza di credibilità abbiamo puntato sulla ricerca per sostenere le nostre idee. L’insofferenza verso la nostra stessa capacità di farci un’idea di quello che funziona meglio a seconda del mezzo usato - combinato con la necessità di convincere quanti non comprendono la nostra materia - ci ha portati a far dipendere eccessivamente le nostre idee dalla ricerca.

L’efficacia percepita nel seguire questo approccio ci ha portati a tentare di "scientificizzare” il resto di quanto facciamo, a stillare dall’architettura dell’informazione una semplice formula, un processo step-by-step, un set di regole. Sono stati fatti molti tentativi di codificare un processo di architettura dell’informazione. L’aspettativa sembra essere quella che si possa arrivare a un approccio standard, secondo il quale i dati della ricerca vengono inseriti da una parte e l’architettura dell’informazione ideale è estrusa dall’altra.

Sembrano però tutti uguali i tentativi di articolare una metodologia di architettura dell’informazione: grandi volumi di informazioni su metodi di user research preliminari, seguiti da cataloghi esaustivi di tecniche di valutazione dell’usabilità. Ma aspettate - non manca forse qualcosa? Quando è la volta dell’architettura vera e propria?

Il tutto ricorda abbastanza una vignetta famosa di Sidney Harris, in cui uno scienziato valuta alla lavagna il lavoro di un altro. Egli richiama l’attenzione su una parte dell’equazione e dice "penso dovreste essere più esplicito qui al punto due”. La parte difficile dell’equazione è quella in cui la matematica scema nella frase "e poi accade un miracolo”.

Nel caso dell’AI, il "miracolo” è la creazione dell’architettura stessa. C’è un corpo di conoscenze in costante aumento relativamente alla ricerca che può essere d’aiuto a questo processo creativo; allo stesso modo, c’è un set definito di metodi per valutare i risultati di questo processo. Ma il processo stesso - il nocciolo del nostro lavoro - rimane un mistero, un buco aperto nella comprensione della disciplina dell’architettura dell’informazione.

Passiamo il nostro tempo a parlare di tutto tranne che della parte più importante del nostro lavoro. Ironicamente, l’enfasi sui metodi di ricerca, voluta per aumentare la nostra credibilità, di fatto rema contro. L’impressione che creiamo è che chiunque sia in possesso de "I sette step per un’AI di successo!” possa fare il nostro lavoro. Non c’è da stupirsi se il nostro ruolo è a rischio.

Qualsivoglia metodo non si occupi del processo creativo è tristemente incompleto. Di più, se continuiamo a sostenere ogni approccio che consideri la ricerca estensiva come la sola vera metodologia da adottare, rischiamo di alienare ed escludere le uniche persone di cui abbiamo bisogno per far crescere la disciplina.

Parte 5 di 6: L’architetto di domani

Si è detto che la specializzazione va bene per gli insetti.

Ma è stata proprio la specializzazione ad aiutare l’architettura dell’informazione a realizzarsi agli albori del web. E anche ora sono gli specialisti che mantengono viva la disciplina a dispetto dell’industria, che ha cambiato pelle con il personale extra assunto per lo sviluppo web nei giorni del boom della new economy.

Ogni settore subisce capovolgimenti quali quello attuale. La sfida per i professionisti è di evitare strategie finalizzate a fronteggiare bisogni a breve termine a discapito della crescita a lungo termine del settore.

La nostra risposta alle attuali condizioni economiche è stata quella di puntare i piedi, di insistere con i clienti sull’importanza strategica degli specialisti di AI. Questo approccio potrebbe piazzare per un po’ alcuni di noi in una di queste posizioni. Ma dare importanza alla specializzazione può ostacolare il progresso della disciplina e sprecare le poche occasioni rimaste dai tempi del boom.

Per quanto nei prossimi anni il mercato per questo settore continuerà a essere in crescita, la richiesta di ruoli specializzati sarà sempre limitata.

Gli specialisti faranno sempre la loro parte. Alcune compagnie hanno così tanti lavori in corso che l’avere un architetto dell’informazione interno è cruciale per il loro successo. Alcune compagnie che solitamente non impiegano architetti dell’informazione si ritroveranno a dover far fronte a progetti sufficientemente grossi o importanti da giustificare la consulenza di specialisti di AI. Le compagnie che guadagnano (piuttosto che risparmiare) sui siti web coglieranno al volo il valore di una simile competenza.

Ma la maggior parte delle persone che si occupano di AI non saranno in grado di occuparsene in modo esclusivo. Molte delle organizzazioni non avranno mai un volume di affari sufficiente da giustificare l’assunzione di un AI interno. Per la maggior parte di queste compagnie, i lavori legati al web saranno sempre un costo, mai un guadagno. Di conseguenza, i team per lo più non saranno allenati, in sottonumero e con risorse limitate a disposizione.

Se siamo molto fortunati, la responsabilità per l’architettura dell’informazione sarà data a qualcuno di questi team. Queste persone potrebbero avere un titolo del tipo "web designer”, "content editor” o "project manager”. Per tutti loro, la user experience è solo uno dei problemi da affrontare. La maggior parte dei progetti di AI presenti sul web è opera loro.

Il futuro dell’architettura dell’informazione è nelle loro mani, non nelle nostre.

Il progresso della disciplina dipende dallo sviluppo e dall’iterazione di un insieme di conoscenze. Queste, a turno, possono nascere solo attraverso la considerazione intenzionale di un’ampia gamma di problemi relativi all’architettura, così come di potenziali soluzioni. Ciò di cui abbiamo più bisogno sono buoni casi pratici e intuizioni derivanti dall’affrontarli subito.

Ma in qualità di specialisti abbiamo risorse limitate per questi. Quanti progetti può accollarsi uno specialista in un anno? Certamente non più di una dozzina, e in molti casi parecchi di meno. Nel frattempo, per ogni specialista ci sono tanti "non-specialisti” che lavorano da soli, che ripetono gli errori degli altri e che non condividono con nessuno quanto hanno imparato.

Affinché la disciplina possa progredire, dobbiamo aprire il dialogo e includere questi non-specialisti, permettere loro di contribuire allo sviluppo del nostro corpo di conoscenze. Ma questo, a sua volta, ci richiede di riconoscere che la disciplina e il ruolo sono separati, e che la disciplina può essere messa in pratica da loro in una varietà di ruoli.

Di più, dobbiamo fare quanto possiamo per supportare i non-specialisti nel lavoro di AI che fanno. Le metodologie di ricerca estensiva non saranno loro di aiuto, poiché non hanno né le risorse né il supporto per implementare tali approcci. E anche se lo facessero, la padronanza della ricerca e dei test non trasformerebbe certo un mediocre architetto in uno buono. Èrichiesto qualcosa di più.

Parte 6 di 6: Segreti e messaggi

Mi sono sentito chiedere spesso quale fosse il segreto del mio successo come architetto dell’informazione. In questa sede lo rivelerò per la prima volta.

Ho delle intuizioni.

Naturalmente non è sufficiente avere solo delle intuizioni. Devono essere delle buone intuizioni. Le mie devono essere migliori di quelle dei miei clienti - ecco perché mi ingaggiano.

Penso che la qualità delle mie intuizioni derivi dalla mia formazione giornalistica. Non sto suggerendo che gli architetti dell’informazione debbano frequentare una scuola di giornalismo o fare un praticantato presso la redazione del quotidiano locale. C’è bisogno di un nuovo approccio, disgiunto da qualsivoglia precedente disciplina.

Tutti cercano la formula segreta per fare a meno del lavoro intuitivo dell’architettura dell’informazione. Ma le ipotesi sono una parte imprescindibile del nostro lavoro. Fondamentalmente, la qualità delle nostre ipotesi è ciò che distingue una buona architettura dell’informazione da una cattiva.

Non voglio con ciò sostenere che nel processo dell’architettura dell’informazione non ci sia posto per la ricerca. Questa può supportare le intuizioni. Ma la ricerca dovrebbe informare il nostro giudizio professionale, di certo non sostituirlo.

La metodologia di ricerca ideale, radicata in principii di autorevole valore scientifico di studi etnografici, in indagini contestuali, in test di fattori umani, non sarà di alcuna utilità alle legioni di non-specialisti che dovranno risolvere la maggior parte dei problemi di architettura dell’informazione. Ciò di cui queste persone hanno bisogno sono strumenti e tecniche in grado di aiutarli a migliorare la qualità delle loro intuizioni - in grado di aiutarli ad avere delle intuizioni più valide.

I professionisti di AI hanno diversi background e hanno maturato tutta una serie di esperienze per affrontare i problemi di architettura. A dispetto di tutte le differenze, su una cosa siamo tutti d’accordo: il mondo ha bisogno di architetture migliori.

I dati di una ricerca così come le metodologie formalizzate non garantiscono delle architettura migliori. Degli architetti migliori garantirebbero delle architetture migliori. Ma nulla di ciò che stiamo facendo ora porterà a una generazione di architetti più bravi.

Se continuiamo a lavorare sulla base di una definizione che richiede che il progetto sia opera di uno specialista, la disciplina non potrà che stagnare e affondare. Al momento stiamo mettendo insieme un corpo di conoscenze i cui requisiti di base - uno specialista dedicato, molto tempo e soldi da dedicare alla ricerca - automaticamente escludono la maggior parte dei casi reali. Un tale approccio condanna gli specialisti a incrementare gli errori essendo sempre più scollegati dal modo in cui si concretizza la vera architettura.

Al pari del redattore della rivista, l’architetto di domani non può permettersi il lusso di dedicare settimane di lavoro a progettare e testare iterativamente una soluzione. Ha bisogno di risultati immediati. Ha bisogno di idee più valide. Noi, come comunità interessata a sostenere la disciplina, dovremmo aiutarlo a sviluppare le capacità utili ad avere delle intuizioni più valide. Gli strumenti per pensare e non formule segrete. Qualità, non regole.

Per creare strumenti applicabili su vasta scala, dobbiamo sviluppare una comprensione più profonda del pensiero creativo coinvolto nel nostro lavoro. Successivamente, una volta forniti questi strumenti, dobbiamo dare ai non-specialisti la possibilità di raggiungere le nostre posizioni - ancora, sottolineare le capacità dimostrabili più che la conoscenza delle metodologie. Queste persone saranno la risorsa più fertile della nuova corrente di pensiero nel nostro settore e dobbiamo coltivarci la loro partecipazione.
Le imprese – che decidono quali sono gli esperti che si possono occupare della disciplina - hanno inciampato nell’ottovolante della New Economy e sono un po’ nervosi. Troppe persone hanno offerto delle pozioni miracolose come tonico curativo.

Ciò ci mette di fronte a una opportunità unica. Le scelte che facciamo ora influenzeranno la percezione del nostro settore e le strade che potremo intraprendere in futuro.

Il messaggio corretto, quello onesto e convincente, ci farà avere la credibilità che cerchiamo e il rispetto che meritiamo. Il messaggio sbagliato - che mette in rilievo la pseudo-scienza rispetto all’applicazione del giudizio professionale, o cerca di dire agli executive come dirigere le loro compagnie - porterà solo a una frustrazione continua.

Il messaggio da dare è il seguente:

L’architettura dell’informazione è una disciplina che può essere praticata da persone che ricoprono diversi ruoli. Le architetture possono essere progettate per raggiungere tutta una serie di scopi, non solo ai fini dell’information retrieval. Il singolo fattore più importante ai fini del successo di un’architettura è la capacità del suo ideatore. Questa capacità è messa in pratica grazie a una combinazione di giudizio professionale sostenuto dall’esperienza, di considerazione ponderata dei risultati di una ricerca, così come di una creatività metodica. Questa capacità può essere sviluppata e applicata da specialisti e non-specialisti.

Solo l’essere onesti con noi stessi circa il nostro valore può renderci capaci di convincere gli altri di tale valore. Solo l’essere generosi con la nostra conoscenza può farci usufruire dei benefici. Solo creando una cultura in cui tali principi sono perfettamente compresi possiamo concentrarci sulla crescita del nostro settore e assicurarci un successo immutato.

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