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Gli Ingranaggi del contesto di Andrew Hinton

Gli Ingranaggi del contesto
Nuove architetture per una nuova dimensione

Di Andrew Hinton

Articolo originale: The Machineries of Context,
Pubblicazione: Journal of Information Architecture, Marzo 2009
Traduzione: Marco Esteban Calzolari, Aprile 2012
Traduzione in formato .DOC: http://iainstitute.org/documents/translations/italian/gli-ingranaggi-del-contesto.doc

PREMESSA

Per quanto possa sembrare in voga da molto tempo, l’Architettura dell’Informazione rimane una pratica relativamente nuova. Rispetto a molte professioni tipicamente artigianali – ad esempio il sarto, o il cuoco, o perché no: il casaro – i professionisti dell’IA non sono dei novellini, ma rispetto a loro la pratica è ad uno stato infantile. Nonostante questo, ogni giorno ci aspettiamo di sapere cosa stiamo facendo mentre facciamo IA. 1

Dunque, sebbene abbiamo molto da imparare, diventa importante comprendere appieno il significato del nostro lavoro. Nella mia esperienza, creando e utilizzando questi nuovi tipi di architettura, ho avuto modo di pensare parecchio – in modo ossessivo, in realtà – a proposito della natura di ciò che facciamo. Quella che ho cercato di trovare non è soltanto una definizione che ne migliori la comprensione, ma altresì una forma per farla comprendere a tutti.

Ecco cosa ho capito per ora: dal principio l’IA ha avuto a che fare con la progettazione di contesti attraverso gli hyperlinks. In sostanza modellare esperienze contestuali utilizzando le nuove possibilità di connessione digitale offerte dal web.2 Può sembrare una definizione limitante, ma a mio avviso si tratta di una pragmatica e utile scelta. Quanto segue è il mio miglior tentativo, per ora, di spiegare quello che intendo.


ALCUNI CONCETTI DI BASE SUL CONTESTO

Durante la maggior parte della storia umana il contesto spaziale è stato sufficientemente lapalissiamo: o sei qui, o sei là. O sei in ufficio, o sei al bowling. O sei sul palcoscenico mentre un centinaio di persone ti guardano, o sei nella tua cucina, in accappatoio, e ti fai due uova al tegamino.

Per molto tempo siamo stati in grado di affidarci comodamente sull’adeguamento del contesto di un dato spazio alla materia che lo delimita fisicamente. Potrei dare un'occhiata alla mia casa, vederne i muri, il tetto e lo spazio, escludere la presenza di quel centinaio di persone, e ciò mi rassicurerebbe: non sono su un palcoscenico, posso tornare a cuocere le mie uova in pace.

In realtà ci siamo basati per millenni sul presupposto che i confini fisici e i contesti umani sono allineati, e ciò si è radicato nella nostra cultura, nel nostro linguaggio, e nelle più profonde ipotesi fisiche su come funziona la realtà.

Mentre proseguiamo, però, tenete presente questa idea: il contesto è soltanto una mappa mentale che abbiamo posto come livello superiore alla nostra esperienza sensoriale. Una cucina viene intesa in quanto cucina perché la chiamiamo in tal modo, e la usiamo come tale. Un teatro è un teatro secondo ogni interpretazione, se può essere inteso come tale, chiamato "teatro", usato come un teatro.

Il mondo nel quale ci muoviamo, viviamo insieme, di cui parliamo e che usiamo tutti, mantiene un rilievo contestuale per merito delle informazioni che ci scambiamo relativamente al mondo stesso. Abbiamo concordato collettivamente su una descrizione comune, una specie di mappa, di questi spazi e del loro significato. Durante una giornata comune non ci dobbiamo preoccupare di questo argomento, proprio perché ci possiamo affidare sul consenso che abbiamo condiviso a proposito dello spazio, nonché degli usi che facciamo delle sue porzioni.

Il consenso è fondamentale per ogni spazio condiviso; e ogni contesto è riconosciuto principalmente per merito della convenzione collettiva. Se io camminassi sul palcoscenico di quel teatro gremito, indossando l’accappatoio, scrivessi "La cucina di Andrew sulla parete e mi mettessi a cucinare le uova, gli attori e il pubblico mi prenderebbero per pazzo e chiamerebbero chi di competenza per farmi portare via. Aver etichettato "cucina" un palcoscenico non ne avrebbe cambiato le caratteristiche fisiche né tantomeno il suo tipico uso sociale.

È con il comportamento che noi ci accordiamo tacitamente sul significato contestuale dei nostri spazi. Ma usiamo linguaggio, informazioni verbali e visive, per mapparlo. Non mi riferisco ovviamente alle mappe acquistabili in un negozio, ma a tutte le altre informazioni che condividiamo: a proposito del teatro, ad esempio, la sua insegna sulla facciata, la pubblicità della commedia sul quotidiano, la categoria in cui è inserito il suo indirizzo nella rubrica telefonica. Tutte queste singole informazioni sono usate per rinforzare esplicitamente ciò che tacitamente è definito dal nostro comportamento: andare a teatro per assistere ad una commedia.

È difficile comprendere quanto la realtà percepita sia in gran parte fatta di queste mappe costruite socialmente: le informazioni etichettano, dirigono, spiegano e raccontano storie sugli ambienti che frequentiamo. E le narrazioni di questi luoghi, a loro volta, definiscono le etichette, le idee e le storie a proposito di noi stessi e degli altri.

In effetti, se pensiamo al sé come ad un contesto, anche le nostre identità si rivelano in gran parte costruite da questi segni e significanti. L’entità a cui penso come "me" è un aggregato di esperienze collettive, non solo le mie, ma le esperienze di coloro che mi hanno conosciuto e hanno interagito con me. E una buona parte di questa esperienza è costruita dalla natura degli spazi fisici che ho occupato. Siamo in grado di far riferimento allo spazio fisico per aiutarci a capire quale ruolo o aspetto della nostra personalità sia più appropriato in quel momento. Ci comportiamo e vestiamo in modo diverso ad un party aziendale, ad un funerale o in spiaggia. 3

Il contesto può anche essere una funzione del tempo. Così come una cattedrale può essere stata un luogo di culto e oggi ironicamente possa essere stata trasformata in una discoteca, così pure la tua adolescenziale ribellione anarchica e punk è oggi un atteggiamento responsabile, più maturo e professionale. E mentre i pochi amici di allora con cui sei rimasto in contatto sono cambiati insieme a te, gli altri si sono allontanati e perduti nella nebbia del tuo passato, separati dall’inerzia di tempo e spazio.

Il mondo che ho appena descritto è durato a lungo e fino a pochi anni fa. Poi si è verificata una fondamentale rottura.

Oggi un utente di Twitter può essere convinto di inviare un messaggio privato ad un amico, ma sbagliando a digitare una "etichetta" (la funzione "@" al posto di "d") può improvvisamente trovarsi in un teatro di non soltanto centinaia, ma migliaia di persone. E un responsabile padre di famiglia di 40 anni può scoprire che gli ex compagni di scuola che aveva a malapena conosciuto hanno pubblicato su Facebook alcune sue foto, di quando era diciottenne, un po’ brillo e a petto nudo nel bel mezzo di un "pogo", e le hanno taggate con il suo nome.

Cosa cavolo è successo?


IL POTERE DELL’HYPERLINK

Tecnologie come il telefono e le trasmissioni radiofoniche hanno avuto effetti profondi sulla nostra cultura, anche quando erano segmentate nei propri settori e controllate da organismi statalizzati o da grandi aziende. Si può affermare lo stesso per la maggior parte dei computer e delle loro reti che comparirono poco dopo. La "rivoluzione" del personal computer degli anni 70 e 80 era limitata nella connettività: anche le reti dei più grandi utenti erano piccole e separate community rispetto a ciò che in seguito divenne Internet.

L’avvento di Internet, anche se miracoloso, è stato relativamente limitato. I pochi tra noi che hanno utilizzato l’Internet pre-web ricordano la frenesia di usare righe di comando per connettersi intorno al mondo e scaricare documenti da chissà dove, o la novità di sapere quanto caffè era avanzato in una caffettiera di un laboratorio informatico che non avremmo mai visitato di persona. 4

Soltanto pochi di noi possedevano l’accesso per creare directory su queste reti, e comunque la gerarchia di queste directory era rigorosamente imposta dai system administrator. Queste macchine e le loro reti avevano una struttura unica, immutabile come la corsia di un’autostrada o un grattacielo. Internet rimanse il dominio di specialisti, grandi appassionati e quasi nessun altro. Ci è voluto il web come catalizzatore per trasformare Internet in ciò che è diventato.

Chiarisco subito che non voglio generare confusione e far pensare al web soltanto come alle pagine che navighiamo attraverso il browser. Con "web" intendo le qualità essenziali delle reti di hyperlink, un concetto più pervasivo e potente rispetto a quello di un comune sito web.

L’hyperlink, che era già nei dintorni sotto varie forme, è stato inventato per aumentalre le possibilità di strutturare un medium altrimenti lineare come un libro. La capacità che il progetto World Wide Web di Tim Berners Lee ha aggiunto a questo protocollo facilmente adottabile gli ha permesso di diventare un medium incrementabile globalmente attraverso la rete. Questa combinazione si è evoluta in una vera e propria trasformazione.

Una volta impostato il protocollo del server e adottato il software client da parte degli utenti, tutto ciò che essi dovettero fare fu digitare del semplice markup in un documento. E non aveva più importanza dove il documento fosse nella rete, o quanto profonda fosse la directory o lontano il computer: senza dover chiedere permesso a nessuno, gli utenti potevano linkare qualsiasi cosa volessero. Il web divenne rapidamente un groviglio gigante di connessioni, disordinate e idiosincratiche, che oscurava la meglio organizzata ma ortodossa struttura sottostante. Fu come se la gente comune di una città potesse improvvisamente scoprirsi in grado di costruire grattacieli o autostrade, fagocitando la forma della città com’ era conosciuta in precedenza.


UNA NUOVA DIMENSIONE

Crescendo, il web divenne qualcosa di diverso da ciò che era, e più grande. Era entrato in una sorta di fase di transizione, in cui una differenza sufficientemente ampia nelle dimensioni porta a una differenza di stato, come quando il movimento verso l’alto di una massa di molecole H2O cambia stato da solido a liquido e infine diventa un gas. 5

Se il web fosse rimasto uno strumento per appassionati o ricercatori universitari sarebbe rimasto la stessa "molecola", ma la sua crescita in una piattaforma globale ne ha modificato la sostanza in qualcosa che non era mai esistito prima. Ne è risultata una nuova, condivisa dimensione dell’esperienza umana. Se tutto questo vi sembra troppo iperbolico, o un delirio fantascientifico, considerate l’esempio della fotografia.

Ci fu un tempo, non molto lontano, quando l’idea della fotografia digitale era soltanto una sorta di novità, una "immagine virtuale". Abbiamo avuto tutti lo stesso pensiero: "Certo, è chiaro che così abbiamo le immagini sui nostri computer, ma non sono come le vere fotografie perché non possono essere stampate e rese reali". Potevamo scattare fotografie e metterle sui computer, ma era l’equivalente di tenerle in una scatola nell’armadio. Se volevamo che avessero un significato avremmo dovuto poterle incorniciare, o metterle in un album o sul nostro tavolino da caffè così da mostrarle agli amici.

Ora, circa dieci anni dopo, la maggior parte delle persone che leggono questo articolo scatta regolarmente fotografie con l’intenzione di condividerle su Internet. La stampa è diventata un’eccezione, piuttosto che la regola. In effetti, come magnifico contrappasso, prendiamo fotografie che sono state per anni nei nostri album o nelle cornici e le passiamo allo scanner per condividerle in siti come Facebook. Se volete che una fotografia assuma un significato, la mettete nel luogo dove più persone possibile la possono vedere: sul web.

Perché? Perché il web ha raggiunto un punto di svolta: è talmente pervasivo e permanente da poter essere considerato come una dimensione reale. È diventato il luogo per registrare le nostre conversazioni, le storie e le nostre identità. E questo perché è un medium perfetto per associare le persone, connetterle e permettere loro di scoprirsi. Sappiamo che se lo facciamo lì, ci sono le migliori possibilità di visibilità, reazione e pertinenza. L’hyperlink ha reso possibile tutto questo. 6


MAPPA E PAESAGGIO

Nel mondo fisico abbiamo i luoghi e le nostre descrizioni per tali luoghi. C’è quel teatro di cui parlavamo prima e in aggiunta tutte quelle informazioni che abbiamo creato per assegnargli un nome, che lo descrivono, che spiegano alla gente come arrivarci e cosa vi accade all’interno. Queste informazioni sono qualcosa di fluido – lo sponsor o la compagnia teatrale possono cambiare, la forma di rappresentazione può passare dal dramma al musical. Ma la struttura fisica in sé non è influenzata da queste descrizioni, a meno che non vengano compiute altre azioni separate per cambiare la sua sostanza materiale.

Come disse Afred Korzybski, "La mappa non è il territorio". 7

Potrei guardare una mappa della mia città e cercare l’indirizzo del teatro. Se avessi tra le mani una mappa turistica, potrei addirittura trovare in quella posizione una piccola immagine di un teatro. Potrei toccare quella piccola immagine per tutto il giorno e non ottenere altro che un buco sulla carta. Ho bisogno di sganciare la mia attenzione dalla mappa e trovare il mio percorso attraverso le strade che portano alla struttura. La descrizione è separata dalle reali istanze nello spazio. Sul web questa distinzione diventa meno evidente. Qui, una "mappa", contiene etichette che sono anche hyperlink. Così, quando tocco l’etichetta che rappresenta il luogo che voglio visitare, l’etichetta mi porta effettivamente lì.

Abbiamo sempre avuto esperienze spaziali delle informazioni. Se stiamo leggendo un quotidiano stiamo guardando una sorta di mappa di storie, distribuite per argomento e importanza sulla carta. In un libro ci muoviamo attraverso le idee o la linea temporale della storia in modo sequenziale, così come giriamo le pagine dall’inizio alla fine.

Ma da quando abbiamo iniziato a digitalizzare le nostre fonti di informazione e aggiunto gli hyperlink, l’informazione ha travalicato i confini della fisicità e ha cominciato a riassemblare se stessa in altre strutture, contemporaneamente e in modi diversi. La nostra mente, però, prova ancora a darle un senso spaziale, e usa appunto la memoria spaziale per organizzarla e tenere traccia di tutto questo, facendo uso alternativamente di rilevanze semantiche e posizioni spaziali per elaborare l’esperienza contestuale. Una ricerca di Andrew Dillon nel 2000 ha dimostrato questo comportamento. Dopo aver osservato utenti navigare tra le informazioni e ascoltando la loro descrizione dell’esperienza, ha osservato la fusione di "semantica" e "spazio": "Separare completamente le due forme di rappresentazione è raro e un po' artificiale per gli utenti di uno spazio informativo. Gli utenti si muovono da uno all’altro finché entrambi servono a soddisfare il desiderio di completare un’attività. In effetti, ha più senso pensare che gli utenti adottino un modello di informazione che sia costruito da entrambi". 8

Il web complica ulteriormente queste esperienze, poiché il modello aperto degli hyperlink permette a quasi ogni struttura di emergere, confondendo la differenza tra collegamento e collegato. Un link ad un luogo diventa parte della effettiva sostanza del luogo stesso. Ogni link può creare un nuovo contesto o aggiungere dimensioni ad un contesto esistente. Sul web, la mappa non si limita a dare significato al territorio: la mappa costruisce il territorio.

Questo sviluppo, e l’emergenza dovuta a strutture di link fuori controllo, ha scatenato il bisogno delle prime Architetture dell’Informazione. Mentre il web si nutre di quantità enormi di link sempre crescenti, le strutture web più discrete hanno avuto bisogno di essere ottimizzate. Ma è soltanto perché l’IA utilizza forme semantiche legate allo spazio che la rende davvero architettonica?


ARCHITETTURA E CONTESTO

Quando trovi il tuo percorso all’interno di un aeroporto, o vai dalla cucina in cui hai preparato la cena verso la sala da pranzo per mangiare, fai esperienza di spazi progettati artificialmente e costruiti da persone per altre persone. Anche i luoghi che costruiamo per flora e fauna (parchi botanici, zoologici) sono progettati perché gli elementi naturali possano coesistere con le persone.

Parte di ciò che definisce un contesto sono i suoi confini e le sue connessioni, e una connessione è tanto importante quanto un confine, per come sperimentiamo l’architettura. Le connessioni – porte, finestre, passaggi pedonali – formano e definiscono il contesto spaziale tanto quanto i loro confini e la progettazione degli interni. 9

In "Small Pieces Loosely Joined", David Weinberger osserva che "(...) il Web ha creato uno strano amalgama di documenti e di edifici. I comuni documenti cartacei li leggiamo, li archiviamo, li cestiniamo o li inviamo a qualcun altro. Non andiamo da loro. Non li frequentiamo. Ma i documenti web sono diversi. Nel Web sono luoghi. Andiamo presso di loro come potremmo andare al monumento di Washington o all’Endicott Building. Loro sono lì, noi siamo qui, e se vogliamo vederli dobbiamo intraprendere un viaggio. "Sono lì': è grazie a questa frase che lo spazio o qualcosa di simile è entrato nella questione." 10

L’architettura dell’Informazione è l’architettura per questa sorta di spazio o "strano amalgama”. Come in architettura tradizionale, vi è una progettazione di esperienze contestuali attraverso la creazione di confini e connessioni. Ma per l’IA, la connessione è l’hyperlink. La sfida nel campo del design che raccoglie l’IA è appunto questa creazione di connessioni interstiziali fatte di hyperlink, e degli ambienti che ne risultano.

UN NUOVO TIPO DI ARCHITETTURA

La maggior parte delle discussioni in ambito di web design intorno alla fine degli anni 90 riguardava ciò che stava accadendo alle pagine web, in particolare: come adattare ciò che conoscevamo sul design della carta stampata e sulle best-practices della HCI a questo strano e ibrido nuovo mezzo? All’interno di un dato contesto, come si sarebbero dovuti comportare i controlli e i contenuti? Che cosa li avrebbe potuti rendere più efficaci e usabili?

Si è assistito ad una progressiva presa di coscienza di un ulteriore problema da risolvere: non riguardava ciò che succedeva sulle pagine, ma ciò che succedeva tra di esse. 11 Come sono collegate tra loro, e perché? Qual è il miglior modo per creare questi collegamenti e realizzare una struttura complessiva che sia funzionale per l’utente? Ecco che i professionisti ossessionati da questi interrogativi iniziarono a cercarsi in rete, e molti di loro scoprirono un ormai storico libro con un orso polare in copertina, di Peter Morville e Louis Rosenfeld. Guarda caso, il libro in questione si intitolava "Information Architecture for the World Wide Web".

Perché "Information Architecture"? In realtà, gli autori avevano già usato il termine "architetto" in relazione al web nel lontano 1994, quando scrivevano per la rivista Web Review. Entrambi hanno confermato che erano a conoscenza di altri usi del termine Information Architecture, ma al posto di assumerlo tale e quale lo hanno semplicemente applicato al nuovo mezzo, il World Wide Web. 12

L’uso della parola "architetto" per simili ambiti di lavoro dedicati all’informazione sorse da più parti. I professionisti dell’IT ne usavano alcune variazioni, così anche il pioniere dell’Enterprise Architecture John Zachman, e il leader dell’Information Design Richard Saul Wurman (che aveva trascorsi in architettura). Morville affrontò esplicitamente la questione nel 2000: "Abbiamo iniziato utilizzando la metafora di costruire un’architettura come modo per esprimere lo scopo del nostro lavoro nel 1994. Nel 1995 iniziammo a scrivere la rubrica "Web Architect" per il magazine Web Review. In seguito, nel 1996, il libro Information Architects di Richard Saul Wurman attirò la nostra attenzione. Inizialmente fummo eccitati che la nozione di Architettura dell’Informazione fosse diventata di dominio comune. Ma leggendo il libro ci rendemmo conto che la sua definizione di Information Architecture non corrispondeva alla nostra. Wurman si concentrava sulla presentazione e il layout di informazioni su una pagina bidimensionale. Il nostro focus era sulla struttura e l’organizzazione dei siti. Abbiamo sfacciatamente decretato che nella nostra visione del mondo Wurman si era soffermato a rendere equivalenti l’interior design e l’information design, ignorando la reale Architettura dell’Informazione. Ovviamente, non tutti gradirono. Un sano e talvolta acceso dibattito a proposito della definizione di Architettura dell’Informazione continua ancora oggi. Queste discussioni sono un’ottima prova dell’ambiguità del linguaggio e delle implicazioni "politiche" ed emotive del design dell’Architettura dell’Informazione". 13

Ma il linguaggio è un concetto volubile; nel frattempo la comunità che si amalgamò attorno a questa delicata questione della progettazione di strutture per il web ebbe modo di definire implicitamente l’argomento come "Architettura dell’Informazione". E così rimase.

Ho fatto un piccolo passo indietro nella storia perché la provenienza del termine è importante per chi opera nel ramo, sia per capire in parte la loro origine sociale, sia in quanto persiste come punto di discussione all’interno della comunità dei designer. Sapere da dove si proviene non smorzerà il dibattito, ma fornirà quantomeno un punto di riferimento comune. Inoltre, dimostra che all’origine del nome c’è un’onestà intellettuale. In pratica non è stato coniato soltanto per dare un peso alle attività degli "archivisti del web" o a giustificare esagerate paghe di altezzosi consulenti. 14

La mia tesi è che il nome della pratica non sia puramente metaforico. Questo concetto può aiutare a chiarire la natura dell’attività e il suo significato. Ricordiamo che per millenni la nostra specie ha fatto affidamento su un contesto relativamente stabile, definito da confini fisici. Questo assunto è presente nel nostro linguaggio, nella cultura e nella nostra storia. Progettiamo città, governi e la disposizione dei posti a sedere ai matrimoni grazie a questo presupposto. I prodotti da frigo li mettiamo tutti insieme perché hanno bisogno di basse temperature; i teatri e le cucine sono in stanze differenti, ed essendo un luogo separato e un contesto separato, ciò che succede a Las Vegas può effettivamente rimanere a Las Vegas.

La nostra prima comprensione dello spazio web ha imitato questi concetti, assunti da tempo. Siccome il web è stato costruito principalmente da pagine di contenuto che rappresentavano articoli o prodotti, così i primi Architetti dell’Informazione hanno dovuto organizzare strumenti per inventariare questi oggetti in gerarchie affidabili ed efficienti per l’archiviazione e il recupero degli stessi.

Ma il web si è evoluto in un vasto universo di meccanismi dove il contesto può cambiare radicalmente ad ogni click, e gli abitanti possono realizzare per conto loro collegamenti, organizzazioni e strutture. Quasi tutti hanno una fotocamera, un’account da qualche parte, un modo di pubblicare globalmente ciò che fotografano attraverso un cellulare.

Qualcuno già sostiene che l’IA è fuori moda, ora che gli utenti possono fare molto di quello che gli esperti in precedenza organizzavano per loro. Ma il fatto è che questa creazione user-generated non sarebbe mai potuta avvenire senza una corretta architettura. Ci vuole una struttura di base per permettere alle persone di realizzare la loro propria struttura; ci vuole un link che dica "Scrivi un post" e un conseguente contesto di "scrittura di post" per consentire a qualcuno di creare il proprio contenuto con i propri collegamenti. 15

Ogni cosa, dai microblog ai wiki, dai social network ai servizi di bookmark-tagging, possiede un’architettura, contesti predeterminati e funzionalità (espressi da link, categorie e regole di logica condizionale) che organizzano lo spazio digitale come supporto alle attività dell’utente. I modelli mentali che dobbiamo fare nostri in questi ambiti hanno meno a che fare con l’organizzazione del contenuto, quanto più con l’organizzazione dei contesti condizionali che maggiormente ne favoriscono l’utilizzo.

Inoltre il web è sempre stato "social". Il collegamento ipertestuale è intrinsecamente sociale – un puntatore definito da un a persona verso qualcosa che è stato realizzato da un’altra persona – ed ha sempre costituito un tessuto di conversazione. È solo che di recente il web (nonostante la sua breve storia) ha segnato il passo come dimensione user-generated: un destino scritto nel suo DNA fin dal principio. Poter controllare l’organizzazione della creazione popolare di questi collegamenti è sempre stato un sogno impossibile. Ma le persone hanno bisogno di strutture e meccanismi – ingranaggi del contesto – perché ognuna di queste attività possa essere realizzata. E ciò richiede regole e modelli. 16

In effetti, vi è ben poco che possiamo ipotizzare in questo nuovo tipo di spazio, questo "metaspazio" che si è disancorato dalle strutture fisiche. Sezioni significative di ciò che chiamiamo realtà possono essere replicate, condivise e trasmesse ovunque. I contesti non sono definiti con pareti, ma da collegamenti – connessioni realizzate soltanto con materiale semantico. Sono stati creati con il linguaggio che li descrive, ed esistono soltanto per merito di tale descrizione.
Nella dimensione del web, la materia è sostituita dal linguaggio, e la forma è data dalla struttura semantica. Tassonomie, vocabolari, metadati e regole di business sono strumenti e materiali per creare queste forme, tutte al servizio di questa nuova architettura.


FUTURE SFIDE

Prima di tutto ricordiamo che il web non è soltanto ciò che guardiamo nel browser. È tutta la nuova dimensione di contesto emergente e collegato – un nuovo tipo di spazio.

Questa dimensione, ancora una volta, dimostra di riuscire a confondere i nostri preconcetti, e dissolve i nostri abituali confini. Oggi, con l’acquisto di un’economica webcam, viene meno la differenza pratica tra parlare per un po’ da solo nella propria stanza e parlare con chiunque in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi momento, anche molto tempo dopo aver lasciato questa Terra. L’antropologo culturale Michael Wesch definisce queste fusioni di realtà come "collasso del contesto". 17 Cosa significa tutto questo nell’ambito della progettazione di qualcosa, quando permette una simile dissoluzione dell’esperienza umana? Dovremo comprendere meglio le implicazioni di ciò che comporta ogni mutamento prima di effettuarlo? Il fatto è che non c’è modo di rallentare. L’ecosistema tecno-sociale ha una sua propria intelligenza, e si sta collegando a tutto ciò che è possibile. E così come diventa sempre più facile e meno costoso inserire ogni oggetto, evento o attività “"sulla retie", stiamo comprendendo come tutte queste cose vogliano essere collegate a tutto il resto, proprio come se fossero tutt’altro che elementi fisici. La dimensione fisica e quella digitale si stanno fondendo in un unico continuum.

È stata chiamata "Internet delle Cose" o "Everyware", e intellettuali o guru come Adam Greenfield, Kevin Kelley, Bruce Sterling e Peter Morville hanno evidenziato le conseguenze positive e negative di un’esistenza così saturata dalla Rete. Ma indipendentemente dai suoi vantaggi o difetti, questo ubiquo mondo connesso è già in arrivo, e ciò significa che dovremo considerare gli attributi di una nuova generazione di beni materiali e attività umane con prerogative tipiche del web quando ne svilupperemo lo spazio digitale che li dovrà supportare. È in questa fusione di "digitale" e "reale" dove l’Architettura dell’Informazione e l’Architettura fisica possono trovare grandi opportunità di collaborare.

Questa è soltanto una delle numerose nuove frontiere che prospettano all’Architettura dell’Informazione una maturazione come pratica, professione e disciplina accademica. 18

Quando riconosciamo la profonda influenza della progettazione di strutture contestuali nell’esperienza umana, ci rendiamo conto che c’è molto lavoro e ricerca da fare, e che oltrepassa ciò che oggi è la convenzionale idea di Architettura dell’Informazione.

Ci sono molte domande affascinanti per iniziare ad esplorare questo lavoro: il contesto è un costrutto quantificabile che può essere rintracciato, delineato e misurato? Quanto influiranno questioni di privacy ed etica nelle più diffuse pratiche IA? Cosa possiamo imparare dalle neuroscienze in relazione a come il nostro cervello fa esperienza e interpreta il contesto, e quanto ciò influisce sulle nostre identità personali? Mentre tutto diventa parte di una rete codificata, cosa possiamo imparare dal design degli ambienti di gioco come modelli per affrontare l’ubiquitous computing? I medatati sono la nuova metafisica? Alcuni di questi interrogativi sono stati affrontati in ambienti accademici, negli ambiti di svariati dipartimenti, ma altri non sono ancora stati presi in esame. 19 In ogni caso, in quanto materia relativamente nuova, l’Architettura dell’Informazione ha bisogno di lottare con questi argomenti alla luce del proprio obiettivo principale: la formazione di contesti e connessioni nella dimensione digitale. E nonostante gli operatori del settore possano ancora non pensare a questo tipo di coinvolgimento nell’attività quotidiana, una maturazione e un’evoluzione della disciplina in questa direzione deve iniziare da qualche parte. L’evoluzione dell’IA dipende da questo.

Credo sia importante stabilire e riconoscere quanto l’Architettura dell’informazione sia letteralmente architetturale. Porzioni sempre più significative della vita delle persone si svolgono in luoghi che noi progettiamo. Sempre più cose, dai siti di incontri alle intranet aziendali, e non più soltanto elementi domestici o luoghi di lavoro, ci definiscono in quanto vi passiamo progressivamente più tempo rispetto a quanto ne passiamo nelle case e negli uffici "fisici".

Lo stesso termine "abitare" è pertinente, in quanto ci ricorda che non stiamo semplicemente creando ambienti virtuali dove le persone fingono di vivere o lavorare. La nostra stessa realtà vi è coinvolta, e sostanzialmente consiste nel nostro linguaggio, le nostre storie, le nostre informazioni e i nostri dati. Il modo in cui questi contesti sono collegati, fusi, suddivisi, definiti e ridefiniti influisce sulle nostre vite in maniera tanto significativa quanto i corrispettivi contesti definiti da ogni altro edificio fisico.

Dire che l’Architettura dell’Informazione riguarda la progettazione di strutture al servizio delle informazioni significa mancare il bersaglio. L’IA riguarda l’utilizzo dell’informazione come materia grezza, al servizio di un’architettura rivolta alla nuova realtà contestuale. Comprendere questa nuova realtà, proseguendo nello sviluppo di metodi, strumenti e comunità di operatori del settore, è un passo importante per spingere il futuro dell’IA come campo di lavoro e studio.

Footnotes:

1 E’ importante mantenere una netta distinzione tra la professione e i professionisti. L’IA è soltanto uno degli aspetti in un’ampia sfera di questioni di progettazione. Spero che questo articolo chiarisca quanto sia importante e di vasta portata anche solo un aspetto dell’IA, e comunque non esaustivo. La maggior parte delle persone che si possono definire Architetti dell’Informazione in realtà lavorano all'interno di altri contesti. Per ulteriori informazioni su questo, vedi "Linkosophy", la sessione plenaria di chiusura che ho scritto per l'IA Summit 2008: http://www.inkblurt.com/2008/04/15/linkosophy/ (ripubblicato 2009/04/02)

2 La parola "digitale” potrebbe infastidire qualcuno, ma è il termine migliore che mi viene in mente per definire questa dimensione che abbiamo creato nel nostro mondo. Mi rendo conto che "digitale" implica una tecnologia specifica – che quindi può essere sostituita da qualche altro paradigma. Ricordate però che anche la parola "computer" era stata coniata per descrivere le persone che eseguivano i calcoli, e successivamente alle macchine meccaniche di calcolo. Anche la parola "Telefono" è tuttora usata per dispositivi che hanno di gran lunga superato il significato originale di "telefono". Per ora, facciamo che "Digitale" sia corretto per ciò di cui stiamo parlando.


3 Per una trattazione più approfondita e meno “amatoriale” di questi concetti, fate riferimento ai testi fondamentali di costruzione sociale e semiotica. Per il concetto di “mappa” ho attinto a piene mani da Denis Woods, specialmente dal libro The Power of Maps, The Guilford Press, 1992. In aggiunta, date uno sguardo all’essenziale lavoro di Sherry Turkle a metà degli anni ’90, ad esempio il libro Life on the Screen, Simon & Schuster, 1997. Turkle esamina, in parte, come le idee su identità e costruzione del reale dei filosofi postmoderni siano divenute letteralmente esplicite ed evidenti su Internet.

4 La famosa Trojan Room coffee pot, http://en.wikipedia.org/wiki/Trojan_room_coffee_pot

5 Una grande introduzione alla scienza dell’emergenza è il libro Emergence di Steven Jonhson; è anche il primo in cui ho incontrato l’analogia della fase di transizione.

6 Certo, queste osservazioni sono principalmente valide nei paesi più evoluti, e tra le classi medie e agiate della società, ma valgono già per milioni di persone; inoltre il tasso di accesso ad internet sta crescendo a velocità senza precedenti nelle nazioni in via di sviluppo.

7 A. Korzybski, Science and Sanity. Institute of General Semantics. 1933, p. 747-61

8 Dillon, A. (2000) Spatial semantics and individual differences in the perception of shape in information space. Journal of the American Society for Information Science, 51(6), p. 521-528

9 Mi rendo conto che c’è altro rispetto all’architettura, a tale riguardo, ma credo che sarebbe difficile definire altrimenti ciò che coinvolge l’attività di plasmare lo spazio in contesti collegati; in queste pagine, inoltre, faccio riferimento alla pratica di architettura come propria di chiunque definisca e formi uno spazio, e non solo alla disciplina classica, che ovviamente riguarda molti altri fattori rispetto al puro atto strutturale.

10 Weinberger, D. Small Pieces Loosely Joined. Available at http://www.smallpieces.com/content/chapter2.html (retrieved 2009-03-27)

11 Rosenfeld, L., A jaundiced eye interview, 1997. “La mission di ‘Argus’ è cambiare la percezione che l’Architettura dell’Informazione abbia pertinenza soltanto con le relazioni tra blocchi di contenuto all’interno delle pagine, e non con le informazioni *tra* le pagine” (retrieved 2009-03-27)

12 Per chi è nuovo all’argomento, lasciatemi puntualizzare che per quanto il libro dell’”Orso Polare” sia stato fondamentale nella formazione di un’identità nella comunità IA, e dunque un eccellente guida per molti metodi rilevanti nella pratica IA, non dev’essere confuso con una completa definizione della stessa; tanto più che lo stesso libro si è evoluto considerevolmente dalla prima edizione del 1998, fino alla più recente completata nel 2006. Per quanto diano vari indicatori sulla crescita della conoscenza sul web, i libri (a prescindere dal loro indiscusso valore) raramente sono gli strumenti più adatti per interpretare lo “stato dell’arte” per qualsiasi campo.

13 Hill, S. An Interview with Louis Rosenfeld and Peter Morville, 2000. http://www.oreillynet.com/pub/a/oreilly/web/news/inforarch_0100.html (retrieved 2009-03-28)

14 Chiariamo subito la questione “archivisti”: soltanto perché alcuni usano il termine con atteggiamento dispregiativo, talvolta legato ad una caricatura dell’autorità dei media obsoleti, non significa che io mi trovi d’accordo. La “biblioteconomia” è più avanzata e sofisticata di quanto credano in molti. Purtroppo alcune parole si trascinano dietro ogni sorta di difetto, e “bibliotecario” o “archivista” non fanno eccezione.

15 È importante riconoscere che molte innovazioni architettoniche che abbiamo visto (specialmente in piattaforme sociali o ambienti di gioco) sono state create da persone che non si definiscono necessariamente Architetti dell’Informazione né si considerano parte della comunità IA. Si tratta di sviluppatori o designer a cui capita di creare connessioni e contesti architetturali come parte del loro lavoro. La pratica IA deve prestare attenzione anche a questo mondo più ampio, imparare da esso, creare discussioni e condividerle, sia che questi professionisti chiamino il loro lavoro IA oppure no.

16 Per un’eccellente introduzione su come i modelli architetturali influenzano le architetture sociali, fate riferimento all’articolo di Christina Wodtke “The Elements of Social Architecture.” http://www.alistapart.com/articles/theelementsofsocialarchitecture (retrieved 2009-04-02), nonché ai modelli rappresentati in “Designing Social Interfaces” di Erin Malone and Christian Crumlish http://designingsocialinterfaces.com/patterns.wiki/index.php?title=Main_Page (retrieved 2009-04-16).

17 Wesch, M. Context Collapse, http://mediatedcultures.net/ksudigg/?p=183 (retrieved 2009-03-28)

18 Ci sono importanti differenze tra il concetto bottom-up di “attività” o pratica e la più artificiale, top-down, standardizzata idea di “disciplina” per poterle spiegare qui. Per approfondire, rimando alle ultime sezioni di “Linkosophy”, http://www.inkblurt.com/2008/04/15/linkosophy/. (retrieved 2009-04-02). Come termine generale, io tendo ad utilizzare la parola “campo".

19 In effetti, gli accademici che si occupano di ubiquitous-computing design sono altamente concentrati sul contesto. Un buon esempio è “Understanding and Using Context” by Anind K. Dey: http://www.cc.gatech.edu/fce/ctk/pubs/PeTe5-1.pdf (retrieved 2009-04-02)

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